
Acaya è l’unico esempio di città fortificata dal meridione. Al tempo del suo massimo fulgore era interamente circondata da fossato e mura con garitte di osservazione e difesa poste nei bastioni nord, est e sud e camminamenti di ronda sulle stesse.
La cosa più interessante era la sistemazione urbanistica
letteralmente avveniristica per il periodo. Infatti era stata ideata e
realizzata con un sistema viario rigorosamente geometrico: sette strade dritte
da Nord a Sud si intersecavano con altre tre da Ovest ad Est. Punto terminale
verso Sud era il Castello.
Ma per capire l’importanza della cittadella non possiamo non ricordare chi la abitò, la migliorò, la cinse di sistemi di difesa, le diede il nome e la rese famosa.
Nel 1294 Gervasio dell’Acaya, valoroso guerriero e crociato di origini francesi che era stato al servizio di Carlo I d’Angiò ebbe in dono dal re Carlo II il Casale di Segine, piccolo borgo che in precedenza aveva il nome di Salappya.
Segine fu posseduta dalla famiglia degli Acaya per oltre tre secoli.
Di generazione in generazione arriviamo ad Alfonso dell’Acaya, altro grande guerriero che, per migliorare la difesa, fece costruire due torri sulle quali appose il proprio blasone ed una epigrafe sulla quale era indicato l’anno dei lavori e chi li promosse. (su quella a sud ovest ormai si legge solo parte della data 14… mentre sull’altra a nord est si legge benissimo la data del1506) Sulle torri si notano le aperture per le cannoniere che erano poste anche sui merloni della parte alta delle torri.
Alfonso morì nel 1521 lasciando al primogenito Giangiacomo,
(nato a Napoli intorno al 1500) il titolo di Barone di Segine e tutti
i Casali posseduti dalla famiglia.
Giangiacomo, grande architetto militare cominciò dal proprio casale a mettere in pratica le innovazioni difensive da contrapporre alla novità delle armi da fuoco.
Nel 1535 Giangiacomo ammodernò le torri, cinse la cittadella di mura difensive con camminamenti di guardia, garitte e cannoniere, ideò il bastione sud est del castello a punta lanceolata sul quale è ubicata un’altra garitta di avvistamento, la munì di un profondo fossato e del ponte levatoio che la rendeva inaccessibile. Le mura a loro volta prevedevano i “fianchi ritirati” muniti di cannoni che permettevano di colpire il nemico in modo più incisivo ed improvviso.
Tale impostazione difensiva era tanto più importante in quanto Acaya era il primo punto di difesa dei piccoli centri vicini e della città di Lecce. Per aumentare la difesa della zona Giangiacomo, completando quanto iniziato dal padre, fece costruire torri di avvistamento su tutta la costa ed a lui sono dovute le fortificazioni delle masserie esistenti sul territorio circostante dotandole di caditoie e ponti levatoi.
Al termine dei lavori quindi tolse il nome di Segine per sostituirlo con Acaya.
All’interno della cittadella Giangiacomo, inoltre, fece costruire
il Convento dei Minori Osservanti dedicato a S. Antonio perché un suo
figlio era entrato a far parte dell’ordine francescano ( il
convento fu soppresso nel 1866 e oggi completamente diroccato), e fece
riedificare la Chiesa parrocchiale della Madonna della Neve su una
medioevale già esistente e fatta costruire da Pietro dell’Acaya nel 1420.
Di tale chiesa, ampliata ulteriormente nel 1865, rimangono, come testimonianza
solo il Campanile e la Sacrestia
Alla luce di tali lavori, delle sue conoscenze nel campo delle fortificazioni e per le benemerenze ottenute in battaglia, don Pedro de Toledo, viceré di Napoli gli affidò il compito di progettare e realizzare la fortificazione della costa adriatica. In seguito a tale incarico vennero le Mura di Castro, la cinta bastionata di Giovinazzo, la fortezza di Barletta, le fortificazioni di Copertino, Mola, Molfetta, Gallipoli, Crotone, Capua, Cosenza, della fortezza di Sant’Elmo a Napoli e del Castello di Carlo V a Lecce oltre all’arco di Trionfo (porta Napoli)
Giangiacomo si ritira successivamente ad Acaya dove frequenta la nobiltà salentina, si contorna di letterati, vive la sua vita amato dai suo vassalli finchè nel 1568 non viene citato in giudizio in quanto garante di un esattore dei tributi doganali inadempiente. Gli ingenti debiti accumulati lo portano al tracollo economico ed addirittura all’arresto per cui viene rinchiuso nel Castello di Lecce da lui stesso fatto costruire dove muore nel 1570 povero ed in miseria.
Nella cittadella si accedeva dall’unica porta posta a sud delle mura. Al centro della porta d’ingresso della cittadella è visibile lo stemma dei re spagnoli, e quindi quelli delle famiglie nobili che lo abitarono: sul lato destro quello degli Acaya al centro della chiave dell’arco lo stemma dei De’ Monti, baroni di Corigliano, ed a sinistra quello dei Vernazza, conti di Castrì, che nel 1792 eressero la statua di S. Oronzo..
Il Castello di Acaya è un ambiente molto sobrio e raffinato che presenta un’unica presenza più rilevante solo nella stanza Ennagonale del torrione di Nord Est nella quale fra motivi floreali e cornucopie, grifoni e angioletti vi sono due volti che pare rappresentino i genitori Alfonso e Maria Francone. In corrispondenza dei nove angoli si notano altrettanti scudi raffiguranti lo stemma degli Acaya.
Questa, oltre che come casamatta, era utilizzata anche come ambiente di rappresentanza
Nella sala quadrata del bastione lanceolato, al centro della volta, vi è un dipinto (danneggiato) con lo stemma dei re spagnoli.
Attualmente il Castello è interessato ai lavori di completamento del restauro mentre il lato Ovest delle mura è stato ripristinato dalla Amministrazione Comunale di Vernole. Proprio dai lavori di restauro del Castello è venuta, forse, la notizia più importante che riguarda la cittadella o meglio ancora ciò che era prima di essa. Sulla parte destra dopo avere varcato il portone d’ingresso sono stati rinvenuti i resti di un edificio di culto greco risalente al medioevo ed uno splendido affresco risalente ai secoli precedenti. Gli esperti ritengono che potrebbe trattarsi di una chiesa bizantina inserita in un complesso monastico che ospitava comunità religiose di rito greco. Inoltre sono state ritrovate delle tombe contenenti ossa umane ed un piccolo frantoio ipogeo. Si può supporre che la storia di Acaya risalga a secoli prima e che i lavori di scavo e ricerca possano riservarci altre piacevoli sorprese.
Fuori dalle mura vi è la Chiesetta di S. Paolo, che, il 29 Giugno, una volta era meta di persone provenienti da tutta la provincia che si rivolgevano al Santo in quanto affette dalla Puntura della Taranta.